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televisione
27 giugno 2010
Endemol Generation


Mi sono sempre chiesta quali siano le motivazioni che spingono le persone a offrirsi come partecipanti al Grande Fratello, così, quando ho saputo che in un paese vicino al mio si sarebbero tenute le selezioni ufficiali, con la mia bici e una videocamera ci sono andata.


Davanti al locale due buttafuori, sui due metri l'uno, muscoli pompati e abiti scuri. Uno continua a parlare con l'auricolare, ogni tanto mi lancia uno sguardo. L'altro indossa un cappello con la visiera, occhi azzurri e lunghi baffi bianchi.

Da dentro musica incessante, risolini nervosi e chiamate di numeri (un po' come dal salumiere, con la differenza che qui, alle selezioni, la seconda chiamata non serve: il candidato scatta in piedi non appena sente il suo numero).

Esce un primo ragazzo, poi tre donne, e un'altra ragazza.

Chiedo sempre se mi vogliono rilasciare un'intervista: tutti accettano, senza tentennamenti.

Finché, dopo aver intervistato altri ragazzi, uno dei due buttafuori, quello con cappello e baffi bianchi esce, mi si para di fronte e dice: “Sei accreditata per fermare i partecipanti alla selezione del Grande Fratello?”

“No, ma non ce n'è bisogno” Gli rispondo.

“Ma tu non puoi filmare in questo luogo, in questa circostanza”

“Come no, questo è un luogo pubblico”

“Ma noi dobbiamo sapere chi sei tu, per chi lavori”

“Al di là del fatto che non ne vedo l'utilità, questo è comunque un luogo pubblico”

Andiamo avanti per un po', lui accampando divieti, io impartendogli, con la certezza di non poterlo erudire, una lezione semplificata di diritto costituzionale (l'articolo 16, questo sconosciuto)

Nel frattempo esce il responsabile delle selezioni, maglia con lo stemma del programma, lampadato.

Tono innaturalmente amichevole: “Come va? Vedo che stai facendo un servizio. Chi sei?”

Ipocrisia per ipocrisia, gli tendo la mano, prendendolo alla sprovvista: “Sono Roberta, sono una ragazza qualunque, ho diciott'anni, sto intervistando le persone che escono”

Interrompe questa mia risposta da festival dell'ovvio per chiedermi per che testata collaboro. Risponde il buttafuori: “No, dice che è una questione privata”.

Mi invita timidamente a registrarmi, gli faccio notare che non lavoro per alcuna testata e gli racconto che spesso intervisto passanti; lui ci crede. Alla fine aggiungo che in fondo anche quelli che escono dal locale, esibendo il numerino del provino, sono passanti.

Getta la spugna, mi saluta e si porta dietro il buttafuori.

Rimango ancora un po' a intervistare. Dopo una ventina di minuti esce una coppietta, lui le scatta una foto davanti al cartello del Grande Fratello. Mi avvicino e chiedo se vogliono farsi intervistare. Dietro di loro un angolo del cartello. Comincio l'intervista. Il buttafuori, il solito, quello con i baffi bianchi e il cappello, esce, inalberato e, alzando la voce, dice ai due ragazzi che non possono rilasciare interviste. Se il problema è il cartello, gli dico, ci spostiamo. Mi risponde che sono un'abusiva, che lui li conosce quelli come me, che io sono un po' “troppo furba” per i suoi gusti (bisogna essere proprio scaltri per conoscere ed esercitare i propri diritti, a quanto pare). Poi aggiunge che mi sta osservando e sa che sono lì, davanti al locale, a fare foto dalla mattina. Non posso far altro che ridergli in faccia, cercando di spiegargli che sono arrivata non prima delle 18. Ignorandolo, tranquillizzo i due ragazzi, finisco l'intervista, ringrazio e vado verso la bicicletta.

Pedalando verso casa, non posso fare a meno di riflettere sul diverso comportamento tra candidati e addetti ai lavori: i primi che, fieri della loro prestazione, si lasciano intervistare senza timore, gli altri che, non si sa bene dall'alto di quale posizione, vorrebbero controllare quello che un cittadino libero fa in una strada pubblica e impedire che voci diverse da quelle ufficiali raccontino la realtà.

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IL CANNOCCHIALE