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CULTURA
11 aprile 2010
Anche se non capirai


“Lascialo dire” diceva il mio bisnonno a mio padre, più di quarant'anni fa: non sprecare il tuo tempo e le tue energie per rispondere a chi ti critica. Mio padre poi, arricchendo il concetto e citando Guccini, mi ricorda spesso che “per la mia rabbia enorme mi servono giganti”. Insomma, lasciamo il mediocre di turno ad insultare, lasciamo che sfoghi la sua paura che l'originalità di qualcun altro possa rovinare quell'equilibrio costruito sulla folla senza un nome, quel tipo di energia che egli trova dal nulla, e che in fondo è nulla.
E quindi, per seguire questi consigli, dovrei, come mio solito, fingere di non vedere.
E, se da una parte è vero che le critiche vuote e non argomentate non mi toccano, dall'altra sono combattuta. Perché se fossero mosse di fronte a me, nel corso di una discussione o una chiacchierata, saprei come agire: una mezza frase, una battutina sarcastica, una risata o semplicemente un'occhiata che lasci intendere che cosa penso.
Ma se le frasi, spesso anche offensive, vengono pronunciate o scritte alle mie spalle?
Non mi importa se una persona che non stimo mi insulta, ma vorrei per lo meno che sapesse che io so. Che io so che quattro anni fa fu lui ad insultarmi ripetutamente sul blog di msn. Che io so che è lui ad utilizzare improbabili nickname per vomitare sentenze su questo spazio web. Che io so che è lui a scrivere critiche vuote, senza poi ripeterle quando sono presente.
E, a sorpresa, vorrei ringraziarlo.
Vorrei ringraziarlo perché, come mi ha detto una volta un amico, le bassezze, le vigliaccherie, i comportamenti di queste persone, ci fanno sentire diversi da loro.
Vorrei ringraziarlo perché per una persona normalmente dotata, passare per idiota agli occhi di un imbecille è una sventura necessaria dato il soprannumero di questi ultimi, nel popolo della rete (e non solo).
Vorrei ringraziarlo perché se i complimenti e gli incoraggiamenti mi danno un motivo per andare avanti, gli insulti sono uno sprone per non tornare indietro e non raggiungere i livelli di bassezza e volgarità di cui gli insultatori sono prova.
Perché in fondo, chi mi parla alle spalle è semplicemente una persona un passo più indietro di me.
Ed è quindi con un misto di gratitudine e compassione che guardo chi insulta senza il coraggio e la dignità di criticarmi guardandomi negli occhi.
Gratitudine e compassione. Disprezzo no. Perché il disprezzo, come diceva Chateaubriand, va usato con parsimonia in un mondo così pieno di bisognosi.
CULTURA
21 dicembre 2009
Caro Babbo Natale


L'anno scorso, di questi tempi, scrissi questa lettera a Babbo Natale.

È passato un anno.
Ai lettori l'onere di giudicare se in questo 2009 le cose sono cambiate o se mi conviene chiedere ancora a Babbo Natale gli stessi doni.


Caro Babbo Natale,

sono Roberta, ti ricordi di me? L'ultima mia letterina dovrebbe esserti arrivata qualche anno fa, cominciava, come al solito, con la mia ammissione di non essermi comportata bene e continuava con un “ma se secondo te non è vero, mi piacerebbe...”
Non so se quest'anno sono stata buona, o per lo meno, non so cosa tu intendi per buona.
Se per buona intendi continuare ad abbassare la testa e ignorare le cose che non vanno allora sono stata tanto ma tanto cattiva.
Ma siccome, secondo me, non mi sono comportata proprio così male, ti scrivo lo stesso.
Per quest'anno, prima di tutto, anche se non credo sia semplice, abbandona la tua immagine di consumista e regala solo doni sentiti e utili.
Poi porta un po' di dignità o di onestà, se ti avanza, a chi ci governa, anzi, caro Babbo, basterebbe anche solo un po' di memoria se proprio vuoi.
All'opposizione, o presunta tale, regala un po' di amor proprio.
A Cossiga regala una condanna per istigazione alla violenza riguardo alle sue parole sulle manifestazioni studentesche e a Licio Gelli regalane una per apologia al fascismo (hai presente la prima puntata di Venerabile Italia?) e qualche servizio sulla P2 in tv, che tutti possano vedere.
A Europa7 porta le frequenze. Sono ormai quasi dieci anni che aspetta, fa' che questo sia l'anno buono.
E, di conseguenza, non portare niente a Emilio Fede, ché già il suo padrone gli regala abbastanza per ricompensarlo dei suoi servigi.
Ai giudici e ai giornalisti che decidono di fare il loro lavoro regala coraggio e appoggio.
Invece ai vari Vespa, Facci, Riotta, Belpietro regala tanti Piero Ricca.
Ai blogger, di cui magari prima o poi farò parte, regala la completa libertà di espressione, ma anche la consapevolezza di dover sottostare a un codice deontologico non scritto.
A tutti, caro Babbo, non portare nulla, ma toglici la benda dell'indifferenza, del qualunquismo, del “tanto non cambierà niente”, del “ma tu parli sempre di queste cose”, del “ruberei anch'io se ne avessi la possibilità".
Ecco, regalaci questo: un po' di senso civico e donaci la capacità di indignarci.
Basta così, è già troppo.
Se proprio non riesci a fare tutto, regalaci almeno l'ultimo: se avessimo quello, il resto verrebbe di conseguenza.
Grazie.
Roberta

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permalink | inviato da annonovantadue il 21/12/2009 alle 22:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
1 novembre 2009
Ma la dignità?

Mi sono sempre crucciata di non essere in grado di rispondere a tono.

Forse sto imparando. Ormai da un po', sto imparando.

Domandare, chiedere conto, controbattere.

In classe, a scuola, per strada.

Se l'indignazione non mi permette di stare in silenzio, il disgusto mi obbliga ad alzare la voce.

Se, come ieri, un signore, dopo avermi quasi investito con la bicicletta e averci dato dei cretini, mi urla “Siete solo dei poveri disgraziati”, o se qualcuno non accetta un volantino affermando fieramente “PdL”, rispondo, ma pacatamente, senza alzare la voce.

Ma se una signora, di una certa età, impellicciata, con il marito al fianco, mi urla (testuali parole) “Almeno Silvio si fotte le donne” come faccio a non risponderle, chiedendole di riscoprire un po' di sana vergogna e di dignità femminile dimenticata?

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IL CANNOCCHIALE