Mi sono sempre
chiesta quali siano le motivazioni che spingono le persone a offrirsi
come partecipanti al Grande Fratello, così, quando ho saputo che in
un paese vicino al mio si sarebbero tenute le selezioni ufficiali,
con la mia bici e una videocamera ci sono andata.
Davanti al locale
due buttafuori, sui due metri l'uno, muscoli pompati e abiti scuri. Uno continua a
parlare con l'auricolare, ogni tanto mi lancia uno sguardo. L'altro
indossa un cappello con la visiera, occhi azzurri e lunghi baffi
bianchi.
Da dentro musica
incessante, risolini nervosi e chiamate di numeri (un po' come dal
salumiere, con la differenza che qui, alle selezioni, la seconda
chiamata non serve: il candidato scatta in piedi non appena sente il
suo numero).
Esce un primo
ragazzo, poi tre donne, e un'altra ragazza.
Chiedo sempre se
mi vogliono rilasciare un'intervista: tutti accettano, senza
tentennamenti.
Finché, dopo
aver intervistato altri ragazzi, uno dei due buttafuori, quello con
cappello e baffi bianchi esce, mi si para di fronte e dice: “Sei
accreditata per fermare i partecipanti alla selezione del Grande
Fratello?”
“No, ma non ce
n'è bisogno” Gli rispondo.
“Ma tu non puoi
filmare in questo luogo, in questa circostanza”
“Come no,
questo è un luogo pubblico”
“Ma noi
dobbiamo sapere chi sei tu, per chi lavori”
“Al di là del
fatto che non ne vedo l'utilità, questo è comunque un luogo
pubblico”
Andiamo avanti
per un po', lui accampando divieti, io impartendogli, con la certezza
di non poterlo erudire, una lezione semplificata di diritto
costituzionale (l'articolo 16, questo sconosciuto)
Nel frattempo
esce il responsabile delle selezioni, maglia con lo stemma del
programma, lampadato.
Tono
innaturalmente amichevole: “Come va? Vedo che stai facendo un
servizio. Chi sei?”
Ipocrisia per
ipocrisia, gli tendo la mano, prendendolo alla sprovvista: “Sono
Roberta, sono una ragazza qualunque, ho diciott'anni, sto
intervistando le persone che escono”
Interrompe questa
mia risposta da festival dell'ovvio per chiedermi per che testata
collaboro. Risponde il buttafuori: “No, dice che è una questione
privata”.
Mi invita
timidamente a registrarmi, gli faccio notare che non lavoro per
alcuna testata e gli racconto che spesso intervisto passanti; lui ci
crede. Alla fine aggiungo che in fondo anche quelli che escono dal
locale, esibendo il numerino del provino, sono passanti.
Getta la spugna,
mi saluta e si porta dietro il buttafuori.
Rimango ancora un
po' a intervistare. Dopo una ventina di minuti esce una coppietta,
lui le scatta una foto davanti al cartello del Grande Fratello. Mi
avvicino e chiedo se vogliono farsi intervistare. Dietro di loro un
angolo del cartello. Comincio l'intervista. Il buttafuori, il solito,
quello con i baffi bianchi e il cappello, esce, inalberato e, alzando
la voce, dice ai due ragazzi che non possono rilasciare interviste.
Se il problema è il cartello, gli dico, ci spostiamo. Mi risponde
che sono un'abusiva, che lui li conosce quelli come me, che io sono
un po' “troppo furba” per i suoi gusti (bisogna essere proprio
scaltri per conoscere ed esercitare i propri diritti, a quanto pare).
Poi aggiunge che mi sta osservando e sa che sono lì, davanti al
locale, a fare foto dalla mattina. Non posso far altro che ridergli
in faccia, cercando di spiegargli che sono arrivata non prima delle
18. Ignorandolo, tranquillizzo i due ragazzi, finisco l'intervista,
ringrazio e vado verso la bicicletta.
Pedalando verso
casa, non posso fare a meno di riflettere sul diverso comportamento
tra candidati e addetti ai lavori: i primi che, fieri della loro
prestazione, si lasciano intervistare senza timore, gli altri che,
non si sa bene dall'alto di quale posizione, vorrebbero controllare
quello che un cittadino libero fa in una strada pubblica e impedire
che voci diverse da quelle ufficiali raccontino la realtà.