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diritti
5 luglio 2011
Diretta della notte bianca contro la delibera killer
diritti
14 ottobre 2010
"Ma noi siamo esseri umani"


La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali il paese non sia stato salvato dalle sue maggioranze ma dalle sue minoranze. Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una nazione. Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza e hanno concepito la Costituzione. Non deve scoraggiare fare parte di una minoranza. (R.Scarpinato)

Il 16 ottobre la Fiom, che più ha contestato nella forma e nella sostanza l'accordo di Pomigliano, propone a Roma una manifestazione per mettere al centro del sistema il lavoratore e non la rincorsa al modello di sviluppo globale a tutti i costi.


È questo un esempio di
minoranza appunto che propone un visione non allineata e dunque pericolosa: pericolosa perché potrebbe scardinare quegli equilibri sui quali si fonda l'oliata macchina dello sfruttamento spacciato per necessità del mercato.

Il precariato come ingresso al lavoro e l'abbassamento generalizzato delle salvaguardie salariali sono scelte dolorose condivise anche da alcune forze sindacali come il necessario prezzo da pagare per garantire la sopravvivenza delle imprese.

Nel momento in cui si può mettere in discussione un principio in nome della necessità, anche gli altri, che ora ci sembrano inattaccabili, sono in pericolo.

Tempo fa scoprii la vicenda di Mario Savio, uno sconosciuto figlio di emigranti italiani, che nel 1964 studiava fisica all'università di Berkeley e fu protagonista di un episodio che alcuni forse già conosceranno. Di fronte alle parole del rettore che, negando il diritto di parola richiesto dal Free Speech Movement, dichiarava che l'università non dovesse essere altro che una fabbrica il cui compito era quello di riempire delle teste vuote, plasmarle e farle lavorare per il sistema, Mario Savio trovò il coraggio di togliersi le scarpe, cautela dovuta ad evitarsi l'accusa di danneggiamento, e, salito su un'auto della polizia, affermò un pensiero, che, a distanza di anni, rimane drammaticamente attuale.

Il rettore ci ha detto che questa è una fabbrica di cui lui è il capo. E allora se lui è il capo, questo vuol dire che tutte le facoltà sono sue sottoposte, e che noi siamo solo la materia bruta, che non può avere parola sul prodotto finale. Che cosa saremo? Clienti dell'università, del governo, dell'industria, del sindacato organizzato. Ma noi siamo esseri umani.

Se tutto è una macchina, c'è un tempo in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti fa sentire così male al cuore, che non possiamo più partecipare, non possiamo neanche partecipare passivamente, dobbiamo mettere i nostri corpi in mezzo alle ruote e agli ingranaggi, sulle leve, su tutto l'apparato, dobbiamo farlo finire. E dobbiamo dire chiaramente al popolo, a chi sta guidando tutta la macchina, a quelli che ne sono i padroni, che, a meno che non siamo liberi, impediremo a tutta questa macchina di funzionare!


Ma noi siamo esseri umani” questa in fondo è la pretesa della Fiom: che il lavoratore, prima di essere parte della macchina del mercato, sia persona, con i suoi diritti, con i suoi bisogni, con la sua dignità.


televisione
8 ottobre 2010
Scusate il Paragone

Allarme terrorismo, si salvi chi può! Sembra questo il titolo di fondo della puntata del programma di Gianluigi Paragone, L'ultima parola, riguardante il clima d'odio che si sarebbe manifestato con il presunto (visti i personaggi coinvolti e la ricostruzione, l'aggettivo è d'obbligo) attentato a Belpietro.

Si parte con un servizio che, a partire dai fatti del 13 dicembre, con la statuetta scagliata da Tartaglia, arriva ad accomunare, senza pudore, libere contestazioni non violente a Dell'Utri e Schifani, con il fumogeno contro Bonanni e l'agguato a Belpietro. In studio, sugli schermi, due parole, scritte in maiuscolo, con calligrafia stentata, imputato e stupratore, ad affermare che la colpa del fantomatico clima d'odio è di Di Pietro, che si è permesso di pronunciare un discorso di denuncia sul presidente del Consiglio in un Parlamento di un Paese democratico: un comportamento veramente inaccettabile!

Ma la colpa non è solo di Di Pietro: Gasparri, figura d'obbligo nei talk-show, punta il dito contro “'sti ragazzini con la telecamera che ti inseguono [...] con un atteggiamento non fisicamente ma moralmente violento". Poi parla Latorre. Non solo non appoggia il discorso di Di Pietro, ma ne mette addirittura in dubbio una futura alleanza, aggiungendo, compiaciuto del consenso che Gasparri sembra mostrargli: "Un discorso come quello che ha fatto Di Pietro non lo sentirete mai da un esponente del Partito Democratico."

E mentre Paragone mostra ai telespettatori un sondaggio (Tornerà il terrorismo? Il 58% degli italiani ne è convinto) non posso fare a meno di avvertire che questa atmosfera da terrorismo psicologico non è altro che l’ennesima rappresentazione del quarto principio della propaganda di Gobbels (“Principio dell’esagerazione e del travisamento”) nella migliore tradizione giornalistica di chi ama vestire i panni del cortigiano.

Non sono terroristiche le contestazioni a Dell'Utri e Schifani, ma lo svilimento delle ragioni e delle critiche argomentate di chi li ha contestati è terrorismo, così come la generale criminalizzazione del dissenso, bollato come odio (e invidia), è terrorismo.

Scusate allora Paragone, perché, come altri suoi colleghi, ha deciso di riaprire la caccia all'untore, al dissidente, perché ha accomunato violenza e dissenso, perché ha cavalcato la paura.

E scusate Paragone e tanti altri come lui, perché così intenti a parlare di clima d'odio e di stupratori della democrazia, si sono dimenticati di dare il giusto risalto alla notizia di altre minacce, queste, purtroppo, reali.

Una telefonata anonima al procuratore Pignatone e un bazooka, trovato davanti al tribunale di Reggio Calabria. Ma nella città calabrese non ci sono stati colpi a vuoto, inseguimenti per le scale, grilletti puntati contro l'agente di scorta, attentatori misteriosi, identikit.

E scusate anche me, per il paragone. Perché il procuratore Pignatone, e chiunque si oppone alla criminalità organizzata, non meriterebbe di essere accostato a chi da anni si occupa di killeraggio mediatico, che non è altro che intimidazione, ma senza auto bruciate o bare disegnate sulle porte.


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POLITICA
28 settembre 2010
Libertà vigilata
Il Fatto Quotidiano online mi ha offerto uno spazio tra i suoi blogger. Trovate qui ciò che scrivo. Riporto la lettera aperta che ho scritto oggi.


Ministro Maroni,

scrivo a Lei, che questa sera sarà a Milano, con Calderoli e Bossi, alla Festa della Libertà. Avrei preferito trattare di argomenti più interessanti e positivi, ad esempio dell'entusiasmo del popolo di Woodstock, quelle decine di migliaia con la voglia (vera) di cambiare che manca da tempo nella dirigenza di questo Paese. Devo invece scriverLe di altro: di ciò che ieri è successo a me, Francesco e Ilenia al Castello Sforzesco, Festa della Libertà (se permette, con una punta di ironia).

Racconto. Ieri eravamo al Castello, per intervistare militanti e attivisti del PdL: alcuni disponibili, altri un po' più restii a mostrarsi alla telecamera; per più di un'ora abbiamo pacificamente intervistato persone semplici del Popolo della Libertà. Gli occhi della Digos ci erano addosso fin da quando eravamo entrati, ma non ci facevamo troppo caso: eravamo certi di agire secondo la legge, in un luogo pubblico. Nel frattempo, in una sala (aperta al pubblico) del Castello, Frattini e Santanché partecipavano ad un dibattito. Il cortile del Castello, già poco gremito, si era svuotato del tutto. È allora che ci siamo decisi ad entrare al dibattito, per provare ad intervistare altri militanti tra il pubblico. Intorno a noi, durante l'ultima intervista in esterno, quindici agenti della Digos. Ci dirigiamo verso una delle entrate: “Non si può” ci risponde un funzionario della Digos. Ci indicano l'altra entrata, davanti alla quale, in meno di un minuto, si schierano venti poliziotti in divisa e in borghese. “Dove state andando?” “Al dibattito” Non si può entrare, è pieno, ci dicono. In realtà la gente all'interno è in piedi e c'è ancora qualcuno che entra. Poi, arriva la vera motivazione: “Lucianò (il cognome di Francesco) non può entrare” È un disturbatore, afferma il funzionario della Digos che con supponenza si gira e se ne va, mentre il responsabile del servizio si rifiuta, nonostante le nostre richieste, di identificarlo.

Dopo qualche minuto, decidiamo di andarcene per l'uscita dalla quale siamo entrati, ma non ci è consentito: “Uscite dall'altra parte”. Un ragazzo in bici si ferma incuriosito, dialoga un po' con noi, stupito ma non troppo per il trattamento che stiamo ricevendo.

Nonostante l'articolo 16 della Costituzione ci garantisca la circolazione e il soggiorno in qualsiasi parte del territorio nazionale e affermi che nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche, arriva un ordine telefonico e ci viene proibito di rimanere nel cortile del Castello Sforzesco (che fino a prova contraria è luogo pubblico).

Reparto, accompagniamo i signori all'uscita”. Gli agenti formano un cordone che avanza e spinge i tre “sovversivi” verso piazza Cairoli, dove avviene l'identificazione di rito. Tocca pure al ragazzo in bici essere identificato e l'impressione, come al solito, è quella che il controllo dei documenti sia un'intimidazione piuttosto che un'azione di controllo.

Ecco, Le chiedo, ministro, se in un Paese democratico, come spero sia l'Italia, sia normale che dei cittadini disarmati e pacifici vengano allontanati in maniera coatta per avere idee diverse dalla maggior parte delle persone presenti in quel cortile. Mi chiedo e Le chiedo per quale motivo l'articolo 27 della Costituzione valga solo per Dell'Utri e Cosentino e non per dei cittadini allontanati con un processo alle intenzioni degno di Minority report. Se sia opportuno lo spiegamento consistente di forze dell'ordine per una manifestazione partitica protratta per più giorni a Milano (dovrebbe bastare già il servizio d'ordine del Pdl), sottraendole ad altri compiti ben più importanti. E, ancora, se sia lecito che alcuni di questi tutori dell'ordine possano (o debbano) agire, dovendo interpretare le Sue direttive o quelle del Suo governo, in deroga ai principi sanciti dalla Costituzione, abusando del loro ruolo come possono documentare le immagini.

Signor ministro, io stimo le forze dell'ordine, perché so che tra di loro si annoverano agenti onesti e coraggiosi, che tra loro bisogna ricordare grandi uomini e donne, a partire da Carlo Alberto dalla Chiesa, fino ad arrivare a Roberto Antiochia ed Emanuela Loi, a cui darei il merito, più che al suo Ministero (e a quello dei suoi predecessori), di lottare contro la mafia. E anche per il rispetto che ho di questi grandi carabinieri e poliziotti non posso fare a meno di indignarmi.

I membri delle forze dell'ordine sono prima di tutto servitori dello Stato. E fa male ai cittadini vedere come, quando un politico è in giro, molto spesso, per ordini superiori o per servile vocazione, molti di loro diventino servitori dei potenti, più che dello Stato.

Guarda i girasoli: si inchinano al sole, ma se vedi uno che è inchinato un po' troppo significa che è morto. Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l'arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini. (La vita è bella, 1997)




P.S. Sono consapevole del fatto che questo episodio sia molto meno grave di quel che sta succedendo ad Acerra o di quel che successe al G8 di Genova, ma Lei (che diversamente da noi ha, sì, opposto resistenza, in maniera violenta, a quel che credeva fosse un abuso e per questo fu condannato) forse potrà comprendere che anche questa vicenda sia da ricordare come l'ennesimo sopruso. Perché smettere di stupirsi vuol dire abituarsi agli abusi e, quindi, giustificarli. Signor ministro, se quel che ho raccontato Le pare normale, accetterò il suo giudizio, ma in tal caso mi lasci affermare che la democrazia è tutta un'altra cosa.




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POLITICA
14 settembre 2010
Applausi


Non stimo Bonanni. Non posso tracciarne, non essendo ancora nel mondo del lavoro, un profilo completo delle sue qualità di sindacalista: ho però in mente il suo ruolo nella questione Alitalia, le offerte di ministeri, il contributo determinante alla frammentazione sindacale (vedasi Piano di Rinascita della P2 di Licio Gelli).

È emblematico che sia stato l'unico esterno al Pdl (fatta esclusione per personaggi dello spettacolo) a partecipare l'anno scorso alla Festa della Libertà a Milano.

Alla Festa Democratica di Torino l'avrei forse fischiato o avrei tentato un dibattito (anche se, per esperienza personale, ho notato che in casa Pd, dibattere risulta assai problematico).

Però un fumogeno non l'avrei tirato.

E mentre guardavo le immagini della contestazione a Bonanni, mi tornavano alla mente le immagini di quella a Dell'Utri a Lecco e quella a Schifani (e al Pd che l'ha invitato a Torino). Contestazioni vere, con i fischi, ma anche con gli argomenti, i dati, i dossier, gli articoli di giornali esposti, anche se poche telecamere li avrebbero ripresi. Contestazioni completamente diverse da quelle rivolte a Bonanni.

E, mentre le guardavo, mi arrabbiavo con quei ragazzi che avevano sfiorato la violenza, svilendo, a favor di telecamere di tg, le argomentazioni delle contestazioni precedenti, accomunate senza pudore da pseudo giornalisti.

Poi, d'un tratto, di fronte a quel fumogeno e a quegli spintoni tra security e contestatori, mi sono tornate in mente delle parole: “Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.

Che la contestazione contro Bonanni sia il tributo al (troppo) compianto Francesco Cossiga?

televisione
27 giugno 2010
Endemol Generation


Mi sono sempre chiesta quali siano le motivazioni che spingono le persone a offrirsi come partecipanti al Grande Fratello, così, quando ho saputo che in un paese vicino al mio si sarebbero tenute le selezioni ufficiali, con la mia bici e una videocamera ci sono andata.


Davanti al locale due buttafuori, sui due metri l'uno, muscoli pompati e abiti scuri. Uno continua a parlare con l'auricolare, ogni tanto mi lancia uno sguardo. L'altro indossa un cappello con la visiera, occhi azzurri e lunghi baffi bianchi.

Da dentro musica incessante, risolini nervosi e chiamate di numeri (un po' come dal salumiere, con la differenza che qui, alle selezioni, la seconda chiamata non serve: il candidato scatta in piedi non appena sente il suo numero).

Esce un primo ragazzo, poi tre donne, e un'altra ragazza.

Chiedo sempre se mi vogliono rilasciare un'intervista: tutti accettano, senza tentennamenti.

Finché, dopo aver intervistato altri ragazzi, uno dei due buttafuori, quello con cappello e baffi bianchi esce, mi si para di fronte e dice: “Sei accreditata per fermare i partecipanti alla selezione del Grande Fratello?”

“No, ma non ce n'è bisogno” Gli rispondo.

“Ma tu non puoi filmare in questo luogo, in questa circostanza”

“Come no, questo è un luogo pubblico”

“Ma noi dobbiamo sapere chi sei tu, per chi lavori”

“Al di là del fatto che non ne vedo l'utilità, questo è comunque un luogo pubblico”

Andiamo avanti per un po', lui accampando divieti, io impartendogli, con la certezza di non poterlo erudire, una lezione semplificata di diritto costituzionale (l'articolo 16, questo sconosciuto)

Nel frattempo esce il responsabile delle selezioni, maglia con lo stemma del programma, lampadato.

Tono innaturalmente amichevole: “Come va? Vedo che stai facendo un servizio. Chi sei?”

Ipocrisia per ipocrisia, gli tendo la mano, prendendolo alla sprovvista: “Sono Roberta, sono una ragazza qualunque, ho diciott'anni, sto intervistando le persone che escono”

Interrompe questa mia risposta da festival dell'ovvio per chiedermi per che testata collaboro. Risponde il buttafuori: “No, dice che è una questione privata”.

Mi invita timidamente a registrarmi, gli faccio notare che non lavoro per alcuna testata e gli racconto che spesso intervisto passanti; lui ci crede. Alla fine aggiungo che in fondo anche quelli che escono dal locale, esibendo il numerino del provino, sono passanti.

Getta la spugna, mi saluta e si porta dietro il buttafuori.

Rimango ancora un po' a intervistare. Dopo una ventina di minuti esce una coppietta, lui le scatta una foto davanti al cartello del Grande Fratello. Mi avvicino e chiedo se vogliono farsi intervistare. Dietro di loro un angolo del cartello. Comincio l'intervista. Il buttafuori, il solito, quello con i baffi bianchi e il cappello, esce, inalberato e, alzando la voce, dice ai due ragazzi che non possono rilasciare interviste. Se il problema è il cartello, gli dico, ci spostiamo. Mi risponde che sono un'abusiva, che lui li conosce quelli come me, che io sono un po' “troppo furba” per i suoi gusti (bisogna essere proprio scaltri per conoscere ed esercitare i propri diritti, a quanto pare). Poi aggiunge che mi sta osservando e sa che sono lì, davanti al locale, a fare foto dalla mattina. Non posso far altro che ridergli in faccia, cercando di spiegargli che sono arrivata non prima delle 18. Ignorandolo, tranquillizzo i due ragazzi, finisco l'intervista, ringrazio e vado verso la bicicletta.

Pedalando verso casa, non posso fare a meno di riflettere sul diverso comportamento tra candidati e addetti ai lavori: i primi che, fieri della loro prestazione, si lasciano intervistare senza timore, gli altri che, non si sa bene dall'alto di quale posizione, vorrebbero controllare quello che un cittadino libero fa in una strada pubblica e impedire che voci diverse da quelle ufficiali raccontino la realtà.

POLITICA
18 giugno 2010
Dodici anni


Dodici anni di carcere mi spetterebbero se la legge sulle intercettazioni fosse già in vigore e se il processo derivante dai miei reati volgesse verso la pena più dura.

Quattro anni, per aver chiesto a Silvio Berlusconi di farsi processare e aver diffuso il video.

Quattro anni, per aver discusso con Vittorio Sgarbi di mafia e antimafia e aver diffuso il video.

Quattro anni, per aver ringraziato Maurizio Belpietro di avermi fornito con il suo lavoro un esempio a cui non somigliare e aver diffuso il video.

In totale dodici anni, per tre conversazioni non diffamatorie, per tre video neppure eccelsi, girati in tre luoghi pubblici di un paese, almeno sulla carta, ancora democratico.

Dodici anni, per aver esercitato il mio legittimo diritto al dissenso, per aver chiesto conto e per aver fatto, a mio modo, informazione. Per essermi indignata non ad un circolo culturale o in una sezione di un partito d'opposizione, ma per aver agito secondo coscienza con la testardaggine di voler guardare in faccia le persone a cui rivolgevo la mia critica.

Dodici anni, più della pena per il falso in bilancio (che non è neppure più reato), più della pena per frode, corruzione, bancarotta.

Chi riprende personalità pubbliche in luogo pubblico è più pericoloso di un corruttore, di un corrotto, di un imbroglione?

Da che ho avuto facoltà di pensiero indipendente, ho sempre rispettato la legge.

Ma questa volta, a costo di incorrere, tra le altre cose, anche nel reato, che si vorrebbe introdurre, di istigazione e apologia di reato per mezzo internet voglio dichiarare la mia intenzione di non rispettare, qualora dovesse essere approvato, il ddl Alfano, che giudico una legge liberticida e irresponsabile.

Non potrò violarla nell'ambito delle indagini: non sono un magistrato, eppure pagherò le conseguenze delle indagini e dei provvedimenti mancati.

Non potrò violarla nell'ambito della pubblicazione: non sono una giornalista, eppure pagherò le conseguenze della mancanza di informazione e dell'inconsapevolezza, ancor maggiore di quella attuale, dell'opinione pubblica che ne deriverà.

Potrò violarla agendo da cittadina responsabile, come ho cercato di fare negli ultimi mesi, con gli altri cittadini liberi, con gli amici di QuiMilanoLibera, con una telecamera e domande al potente di turno.

Prima delle leggi, vengono i principi.

E le leggi non possono negare i principi.

La legge sulle intercettazioni nega il principio di libertà di espressione espresso nell'articolo 21 della Costituzione Italiana, nell'articolo 10 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e nell'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Siamo nati liberi. Liberi rimaniamo.

Resistenza.

CULTURA
25 aprile 2010
Ci risiamo


L'agorà di ieri in piazza Cordusio era molto interessante, si alternavano discorsi di esperti: trattavamo gli argomenti del nucleare, degli inceneritori e della privatizzazione dell'acqua. Ma alle 17, alla Scala, poco distante, molte personalità, tra cui Berlusconi e Napolitano, avrebbero celebrato con un giorno di anticipo la festa della Liberazione. Che fare? Con una manciata di amici decidiamo di andare, non per creare disordini o usare violenza, ma semplicemente per chiedere a Napolitano di fare il suo dovere, ovvero di non firmare leggi ingiuste. Quando arrivo in piazza la scena è quella classica: spiegamento spropositato di carabinieri e polizia, piazza transennata, auto blu che sfrecciano o sostano. Dietro alle transenne qualche curioso. In un angolo della piazza ci siamo noi. Si decide di aprire il piccolo striscione artigianale: “Napolitano, basta firmare leggi vergogna”. Due agenti in borghese si avventano sul pericoloso lenzuolo, impedendo di aprirlo. Dalla manciata di persone che eravamo, diventiamo molti di più: si uniscono gruppetti spontanei di persone, indignate dal trattamento che stiamo subendo per aver provato ad esporre un duro, ma sacrosanto striscione. Decidiamo che se ci possono impedire di aprire uno striscione, non ci possono impedire di scandire a nuda voce le parole scritte su quel lenzuolo. Cominciamo: “Napolitano-basta-firmare-leggi-vergogna!”.
Mi chiedono di fare una corsa all'agorà, per prendere il megafono. Torno con il fiatone e lo porgo a Piero. Parla per quaranta secondi, poi, da un solerte agente in borghese dietro di me, arriva un ordine perentorio “Toglietegli quel megafono!”. Un gruppo di poliziotti si avventa su Piero, lui si gira stringendo il megafono: scene di nuovo squadrismo, con chi lo tira per il bavero, chi gli storce la mano, chi urla. Dopo qualche decina di secondi le forze dell'ordine hanno la meglio e sequestrano il megafono. Continuiamo a nuda voce, anzi con un simbolico megafono di carta, risultato di un giornale arrotolato: che ci sequestrino anche questo! Parliamo di fascismo, di resistenza. Chi con rabbia, chi ridendo per la situazione grottesca. Ricordiamo a quegli agenti davanti a noi le basi della costituzione: il diritto di parola, ad esempio. E ricordiamo loro soprattutto che, per affermare quei principi che noi esercitiamo, ci sono giovani morti, uccisi. Noto nello sguardo di alcuni di loro un certo turbamento, altri continuano a fissare il vuoto, inespressivi.
Alla fine, dopo essere stati sbeffeggiati dal prode Formigoni, che, da lontano, si esibisce con un braccio semiteso, che speriamo non fosse maldestra imitazione del saluto caro al Duce, e dopo aver chiesto, a debita distanza (garantita dalle forze dell'ordine e dalle transenne), a Napolitano di non firmare le leggi vergogna, decidiamo di andarcene, non prima di aver chiesto indietro il nostro materiale, ora che le orecchie che non dovevano sentire il dissenso sono protette dalle auto blu.
Piero si avvicina, lo fanno passare e gli dicono che non possono restituirci il megafono, perché è stato sequestrato: è partita una denuncia, per manifestazione non autorizzata. Manifestazione non autorizzata: lo stesso reato per cui è stato assolto non più di dieci giorni fa. Il megafono e lo striscione rimangono in mano alla Digos, ma la nostra voce continuerà ad alzarsi contro gli abusi, con o senza megafono. Gli agenti senza memoria continueranno a denunciare i cittadini liberi. Sanno di compiere un abuso, sanno che il reato non sussiste, ma devono intimidire chi alza la voce, devono far demordere gli individui che posseggono ancora un po' di libertà e di dignità, devono zittire coloro che urlano che il re è nudo. E potranno continuare a farlo, finché saranno in pochi ad esercitare i propri diritti. Non chiedo agli italiani di prendere fucili e provviste e salire in montagna, chiedo agli italiani di evitare l'autocensura. Finché saremo una manciata di persone a manifestare sdegno nei confronti di quello che Pasolini chiamava “fascismo come normalità”, non otterremo nulla. Ieri un po' di persone si sono unite a noi, ieri qualcuno si è svegliato dal torpore. Domani qualcun altro aprirà gli occhi. Speriamo. E in ogni caso, minacciati e intimiditi, continueremo a lottare per la nostra libertà e per quella degli altri. “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perchè la ricerca della verità porta con sè il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone.” (P. Borsellino)
CULTURA
23 aprile 2010
Numero quattro


Dopo un lungo silenzio, di cui ci scusiamo con gli affezionati lettori, Norton è tornato.
Come sempre scaricabile gratis e consultabile online.

Norton numero quattro

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CULTURA
11 aprile 2010
Anche se non capirai


“Lascialo dire” diceva il mio bisnonno a mio padre, più di quarant'anni fa: non sprecare il tuo tempo e le tue energie per rispondere a chi ti critica. Mio padre poi, arricchendo il concetto e citando Guccini, mi ricorda spesso che “per la mia rabbia enorme mi servono giganti”. Insomma, lasciamo il mediocre di turno ad insultare, lasciamo che sfoghi la sua paura che l'originalità di qualcun altro possa rovinare quell'equilibrio costruito sulla folla senza un nome, quel tipo di energia che egli trova dal nulla, e che in fondo è nulla.
E quindi, per seguire questi consigli, dovrei, come mio solito, fingere di non vedere.
E, se da una parte è vero che le critiche vuote e non argomentate non mi toccano, dall'altra sono combattuta. Perché se fossero mosse di fronte a me, nel corso di una discussione o una chiacchierata, saprei come agire: una mezza frase, una battutina sarcastica, una risata o semplicemente un'occhiata che lasci intendere che cosa penso.
Ma se le frasi, spesso anche offensive, vengono pronunciate o scritte alle mie spalle?
Non mi importa se una persona che non stimo mi insulta, ma vorrei per lo meno che sapesse che io so. Che io so che quattro anni fa fu lui ad insultarmi ripetutamente sul blog di msn. Che io so che è lui ad utilizzare improbabili nickname per vomitare sentenze su questo spazio web. Che io so che è lui a scrivere critiche vuote, senza poi ripeterle quando sono presente.
E, a sorpresa, vorrei ringraziarlo.
Vorrei ringraziarlo perché, come mi ha detto una volta un amico, le bassezze, le vigliaccherie, i comportamenti di queste persone, ci fanno sentire diversi da loro.
Vorrei ringraziarlo perché per una persona normalmente dotata, passare per idiota agli occhi di un imbecille è una sventura necessaria dato il soprannumero di questi ultimi, nel popolo della rete (e non solo).
Vorrei ringraziarlo perché se i complimenti e gli incoraggiamenti mi danno un motivo per andare avanti, gli insulti sono uno sprone per non tornare indietro e non raggiungere i livelli di bassezza e volgarità di cui gli insultatori sono prova.
Perché in fondo, chi mi parla alle spalle è semplicemente una persona un passo più indietro di me.
Ed è quindi con un misto di gratitudine e compassione che guardo chi insulta senza il coraggio e la dignità di criticarmi guardandomi negli occhi.
Gratitudine e compassione. Disprezzo no. Perché il disprezzo, come diceva Chateaubriand, va usato con parsimonia in un mondo così pieno di bisognosi.
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IL CANNOCCHIALE